Sono passato a Montecitorio. A differenza di tutta l’Italia che lavora, quella che può almeno, il venerdì mattina alla Camera non si trova alcuno. Non è per fare facile populismo però è davvero difficile comprendere perché non ci debbano essere lavori parlamentari il venerdì mattina. Comunque sia, il fatto di trovare il palazzo deserto aiuta. Perché trovi pochi sparuti deputati. Il fatto che non ci sia fretta li aiuta a parlare. A confessare. La parola che nessuno si sente di pronunciare è Impeachment. La messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica. Sul caso della trattativa Stato-mafia e del ventilato intervento di Giorgio Napolitano in favore di Nicola Mancino, ieri c’è stata una levata di scudi e una difesa a spada tratta del Capo dello Stato.

Tutti tranne uno: Antonio Di Pietro. Che ha alzato la posta: “Il presidente della Repubblica, proprio per la sua funzione, dovrebbe sapere bene che nessuno, neppure lui, è al di sopra e al di fuori della legge. Prendiamo atto che avalla il comportamento dei suoi più stretti collaboratori che hanno tentato di interferire in una inchiesta penale in corso” L'ex pm è tornato a chiedere una commissione d'inchiesta parlamentare sull'accaduto che possa “portare anche a concludere che ci siano fatti senza rilevanza penale”mentre si tratta di “cercare la verità in nome del sangue versato in quegli anni dalle vittime di uno Stato che aveva calato le brache”.

In una successiva intervista a Sky-Tg24, il leader dell'Italia dei valori ha insistito: "Tutti vogliamo rispettare il capo dello Stato. Ma devono spiegare per quale ragione un personaggio politico che ha presieduto il Senato e il Csm tenti di fuorviare il confronto con dei testi. Nessuno si deve sentire offeso: c'è invece la necessità di dare una mano agli inquirenti che stanno cercando la verità". Di Pietro va avanti. A rischio di mettere seriamente a repentaglio la foto di Vasto, la pur fragile alleanza con Pd e Sel. La partita è più complessa. Napolitano è diventato il bersaglio di Beppe Grillo e dei grillini e del grillismo. E’ il simbolo di un’Italia vecchia, della Prima Repubblica, che va cancellata. E’ il simbolo dell’istituzione, dei vecchi riti, come il 2 giugno. Diciamola tutta, nel mirino ci si è messo anche lui. Napolitano ha commesso due errori clamorosi. Primo, ha usato il discorso del 25 aprile, festa della Liberazione, per attaccare Grillo definendolo demagogo a dieci giorni dalle elezioni amministrative. Così facendo lo ha elevato dal rango di populista a quello di interlocutore politico. Gli ha dato paradossalmente credibilità.

E nelle urne si è visto. Secondo errore, ha tentato di ridicolizzare il boom elettorale del Movimento Cinque Stelle. Dimostrando così che la politica, la vecchia politica, davvero teme il comico genovese e la sua armata brancaleone. Ora arriva il resto. L’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia condotta dal procuratore aggiunto di Palermo Ingroia potrebbe fare acqua. Intanto il reato è labile visto che Igroia vuole mettere sotto accusa una parte della polita accusandola del fantasioso reato di “concorso in trattativa con mafia”. Ma ha acquisito ormai carte, intercettazioni telefoniche. Il fatto che Di Pietro ci vada dietro lascia immaginare che al di là del reato, vi sia ancora corposa documentazione. Che lascerebbe adombrare un intervento del Capo dello Stato a favore di un indagato o di aver interferito –direttamente o indirettamente – in un’inchiesta della magistratura. Non importa qui cosa è vero o no. Si esce da questa sfera, purtroppo. A questo punto il tentativo è quello di dimostrare che Napolitano abbia compiuto un abuso di potere. E’ delirante, sì. Ma tanto basta per aprire il fronte dell’impeachment. Della messa in stato d’accusa. Quello che fa più rabbrividire è che Di Pietro è costretto a percorrere questa via per non lasciare campo aperto a Grillo. A differenza del comico, infatti, l’Italia dei Valori può spendere la carta dell’iniziativa parlamentare. Nessuno pare capace di fermarlo.