Ho girato molto per Roma in questi giorni. Ho visto tante proteste. Quelle dei sindacati a inizio di settimana a piazza Montecitorio. Quella dei sindaci a Sant’Andrea della Valle. Quella dei pubblici impiegati a corso Vittorio. Alla fine ho provato a tirare le somme e mi sono convinto che nelle piazze stanno scendendo le organizzazioni. Non ho visto gente comune. Ho visto i leader sindacali, i loro codazzi, i sindaci di comuni piccoli e grandi, gli avvocati perché non vogliono fare dieci chilometri in più ma pretendono il tribunale sotto casa. Non ho visto il popolo. E mi si passi il termine che sembra sempre più desueto. Nelle ultime settimane ho visto urlare la Confcommercio contro le tasse (e lo capisco: un lavoratore autonomo su tre, compresi i gioiellieri, guadagna meno di diecimila euro), la Confesercenti sulle tredicesime (ma che geni), la Confindustria sulla mancata crescita (come se fosse una questione che debba determinare il governo e non gli imprenditori). Ma sono sempre associazioni di categoria. Freddi comunicati stampa. Dichiarazioni ai media. Non persone in carne e ossa. Non ho visto cortei. Non ho visto proteste di persone comuni. Non ho visto il ceto medio scendere in piazza. Al contrario. Mi pare che il Paese abbia risposto alla grande, nel silenzio generale, nel disinteresse generale.
Prendiamo il caso dell’Imu. Per settimane abbiamo sentito parlare di scioperi fiscali, a cominciare da quello lanciato dalla Lega. Di rivolte fiscali, promosse da Daniela Santanché. Di allarmi sul fatto che il 40 o anche il 60% degli italiani non l’avrebbero pagata. Non è stato affatto così. Al contrario. Sono stati incassati oltre 9,6 miliardi di euro, per l’esattezza 9.602.622.285, di cui 5.647.605.851 di quota comunale e 3.955.016.435 di quota dello Stato. Roma è al top nella classifica delle province con un gettito di oltre 1 miliardo (1.000.786.735), seguono Milano con 680,98 milioni (401.759.658 al Comune e 279.225.674 allo Stato), Torino con 428.212.333 (263.008.636 al Comune e 165.203.697 allo Stato), Napoli con 317.602.288 euro (186.044.399 di quota comunale e 131.557.889 di quota statale), Genova con 214.863.235 euro (130.789.989 al Comune e 84.073.246 allo Stato) e Bologna con 213.534.328 euro (128.781.561 al Comune e 84.752.768 allo Stato) e via discorrendo le altre.
La risposta è stata dunque commuovente. Non ci dovrebbe stupire perché spesso nella loro storia gli italiani hanno dato grandi prove di generosità. Tanto più nei momenti di difficoltà e senza fare differenze da chi li governasse. Facile ricordare l’operazione Oro alla Patria lanciata dal fascismo nel dicembre del 1935 affiancata dall’operazione Giornata delle Fedi, in cui la popolazione venne invitata a donare uno degli oggetti più cari (a seconda dei punti di vista): la fede nuziale. Oppure, più di recente, il contributo straordinario per l’Europa voluto da Romano Prodi per consentire l’incasso di oltre quattromila miliardi di lire necessari al raggiungimento dei parametri per l’ingresso nella moneta unica. Il Paese soffre, questo è evidente. Ma contribuisce. Si è rimboccato le maniche e sta facendo il suo. Questo è quello che non hanno compreso i leader politici, sindacali, delle associazioni di categoria. La loro stessa base e la base profonda del Paese sta male, questo è chiaro, ma ha compreso che quella che si sta combattendo è una guerra. Una guerra economica. Adesso è vietato protestare. Bisogna mettersi ai remi e remare. Mettersi ai pedali e pedalare. A nessuno è concesso in questa fase disertare. Chi diserta è un traditore. ..



















