Ho visto la conferenza stampa di Alex Schwazer. Mi è sembrato un terribile atto d’accusa. Un uomo costretto a vincere. Un uomo che si sente costretto a vincere a tutti i costi. Costretto dai giornali, dagli sponsor, dal pubblico, dal suo mondo. Costretto in un certo senso anche dalla fidanzata. Nel senso che Schwazer si sentiva costretto di essere alla sua altezza, di non sfigurare.

La marcia è uno sport umile. Fatto di allenamenti pazzeschi, sia dal punto di vista fisici che dal punto di vista mentali. Essere al massimo delle prestazioni per una gara che dura quasi quattro ore significa fare allenamenti tutti i giorni anche per più volte al giorno sempre al top, senza mai staccare, riposarsi.

Significa essere al top delle prestazioni per non sentirsi attaccato dai media, per dover rispondere agli sponsor che ti pretendono sempre vincente perché a lui hanno associato la propria immagine.

In fin dei conti è lo star system che ti impone sempre il massimo senza possibilità di umane defezioni o più che normali flessioni.

Quando questo sistema entra in un disciplina come la marcia, uno sport semplice e fatta di tanti sacrifici, finisce per inquinare tutto.

Non voglio giustificare Alex Schwazer. Tutt’altro. Meriterebbe di essere squalificato a vita per quello che ha fatto e per quello che è: un campione olimpico e un carabiniere.

Schwazer non si è sottratto. Ha fatto pubblica ammenda. Ora però si rifletta. Si rifletta su questo mondo e sullo stress mentale a cui sono sottoposti atleti. Se questo stress si abbatte su un fragile, un debole, un instabile come Schwazer porta ad effetti devastanti.

Il percorso che ha fatto la mente di questo marciatore è lo stesso che possono compiere e compiono tanti ragazzi. Costretti ad essere vincenti per non sfigurare danti alla famiglia, ai genitori, agli amici, alla ragazza. Per raggiungere nuovi successi e guadagnare la tv, la notorietà, la fama, i soldi, lo splendido e luccicante mondo delle star, quel mondo che può sparire e svanire nel giro di qualche ora o forse solo di qualche minuto.

Bisogna riflettere. Perché il doping è l’effetto. Anzi, è un effetto. Come la cocaina, l’eroina, le droghe sintetiche. E come tutti i comportamenti a cui ci costringono un’etica pubblica sempre più rarefatta, astratta. Riflettere.